CD
Canzoni del giardino incantato Passeggiata musicale nell'orto botanico di Padova
Compositore: Mirco De Stefani
Interpreti: Aldo Orvieto , Barbara Zanichelli
Numero di catalogo discografico STR 37339, Stradivarius MILANO DISCHI S.R.L , Cologno Monzese 2026

Prezzo: € 27,97
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Descrizione: C’è un luogo magico nel cuore della città di Padova: un punto dove spazio e tempo sembrano esistere di per sé; dove la presenza dell’uomo, l’opera del suo ingegno, quasi svanisce di fronte alle meraviglie create dalla natura in armonia con il progetto d’arte e scienza che in quello spazio le ha volute. Luogo abitato dagli uomini, dove in oltre quattro secoli natura e cultura si sono avvicendate secondo le proprie epoche e le proprie stagioni, scandendo i ritmi dei giorni e della storia. Da quando, per decreto del Consiglio dei Pregadi della Serenissima, il 31 luglio del 1545 fu istituito un Horto medicinale in Padova nei pressi del monastero benedettino di Santa Giustina, un gioiello di forme e di colori – detto anche Giardino dei Semplici per le sue essenze medicinali “semplici”, cioè naturali e non “composte” – ha sanato il corpo e allietato lo spirito di innumerevoli studiosi e visitatori. Gli spazi ordinati dell’Hortus Patavinus formano, nel loro insieme, un quadrato, simbolo della Terra, cui fa da difesa e da osservatorio un muro circolare, simbolo della perfezione del Cosmo. Un Teatro di sapienza e di armonia sapientemente custodito, destinato a rimanere inalterato per secoli. Siamo nell’epoca in cui esponenti dell’arte veneta erano Tiziano, Tintoretto, Palladio; la scienza medica padovana vantava l’insegnamento del fiammingo Andrea Vesalio (Andreas van Wesel); all’Università di Padova si era laureato Pietro Bembo, mentre a San Marco un altro fiammingo, Adrian Willaert, fondava la scuola polifonica veneziana dove sarebbero fioriti i Gabrieli e Claudio Monteverdi. Anche la musica si accinge a esplorare quegli antichi viali. E lo fa diffondendo le architetture dei propri suoni dove ordine e disordine sembrano intrecciarsi nel forgiare la realtà. Microcosmo che i sensi, attirati da tanta bellezza e grazia, non si stancano di assaporare. Colori, odori, suoni, carezze di venti ed effluvi: tutto si unisce a riprodurre quelle armonie di parole e canti che hanno percorso, di epoca in epoca, quelle aiole, quelle sapienti simmetrie dove fisico e metafisico, sogno e realtà, ancor oggi sembrano interagire in un mai risolto interrogarsi. Attraverso la musica e il canto rivivremo quattro secoli di cronaca dell’Orto Botanico. Lo faremo con le parole di sei Autori che, pensiamo, simili spazi abbiano ricreato con la fantasia, stabilendo con essi profondi legami di attinenza poetica e ideale. Tranne Goethe, che qui giunse nel 1786, nessuno dei nostri Autori entrò mai nell’Orto patavino: tuttavia l’immaginazione non può esimersi dall’identificare proprio in quei luoghi la presenza viva di ognuno di essi, in spirito o nel corso del proprio tempo, trattenuta nel fascino perenne della natura. Li vediamo dunque camminare tra quegli ambienti, assorti in muto raccoglimento, scrutare, respirare, ammirare, apprendere, sognare. Regioni e lingue diverse, età lontane e culture ampiamente divaricate convergono negli spazi del Giardino. Ecco allora che uno stesso sito diviene magico ricettacolo di culture e personalità provenienti da abissi linguistici e spazio-temporali quasi invalicabili, perduti in secoli di racconto dell’Occidente, rifratti nei diversi idiomi forgiati dalla storia e dalla geografia di quel melograno di lingue che è stata ed è l’Europa, anche nelle sue lontananze Atlantiche. E in questi luoghi la musica si aggira alla ricerca rabdomantica di parole e versi capaci di ordinarne e interpretarne forme e immagini. Spazi e tempi della storia si incrociano con gli spazi e i tempi dell’Orto: natura e arte rivivono nelle musiche e nei canti che emergono dall’humus di quel terreno ipersedimentato. Ecco allora che dall’humus della vicenda umana e di ogni terreno coltivato dall’uomo (homo e humus hanno, sembra, la stessa radice linguistica) nasce quell’unica fonte di ispirazione che nutre il ciclo delle Canzoni. Musiche e parole germinate dalla terra, cresciute e sedimentate lungo i secoli che hanno racchiuso l’esistenza di ogni singolo Autore, dal Cinquecento dell’Ariosto al primo Novecento di Pessoa e García Lorca. Giardino, orto, hortus conclusus, parádeisos: termini simili per definire un luogo ordinato e separato, difeso e preservato, destinato a un uso speciale. Godimento, preghiera, rifugio, raccoglimento, studio, cura, coltivazione: metafore per indicare una porzione dello spazio insieme vicina e distinta, presente nella quotidianità e nella contemporaneità ma sempre anelante a una forma di eternità e sacralità che oltrepassa il tempo condiviso per assumere una propria essenza spazio-temporale. Realtà vegetale e umana che sembra autoriprodursi in una forma e in un perdurante desiderio di immortalità, di eterna rinascita. Una sommaria ricognizione attraverso gli Autori e i testi che qui hanno trovato rivisitazione musicale è possibile, ed è simile a una visione dall’alto del Giardino Botanico: uno sguardo che ne abbracci le principali divisioni geometriche, ne organizzi le funzioni, ne confronti forme e colori. Nella consequenzialità dei brani si è seguito un ordine cronologico, partendo dall’Autore più antico, Ariosto, arrivando all’ultimo, García Lorca. In ciascun Autore la musica individua una sfumatura, un’atmosfera espressiva che fa del testo poetico il veicolo ideale per lo svolgimento delle forme musicali che a esso si rapportano, in un equilibrio di reciproca armonia. L’idea di giardino che ogni brano musicale sviluppa possiede caratteristiche peculiari. L’insieme delle sei Canzoni costituisce una rappresentazione articolata dell’essenza musicale dell’Orto Botanico di Padova che l’autore ha voluto ricercare attraverso la voce dei poeti. Un’unica voce dalle sei sfumature, modulata dalle specificità musicali e formali di ogni lingua, dalla civiltà e cultura che ogni lingua porta in sé, pur nella comune matrice europea. Solo l’ascolto ripetuto e attento di tutte sei le Canzoni riesce a fondere in un crogiolo, a ricostruire in un unico disegno la tavolozza di colori che tale giardino di lingue offre alla vista e all’ascolto. Il Giardino, così interpretato, assume volta per volta un significato particolare. Ecco allora che in Ariosto il Giardino prefigurato è il boschetto adorno, luogo ameno di pace e rifugio dai pericoli della vita, dove tra le erbe fresche le acque dei rivi scorrono in dolce concento. A esso si giunge durante la fuga nella selva oscura e ci si abbandona fiduciosi. È il luogo della salvaguardia, del riposo, della contemplazione estetica, della magica rigenerazione. Ben diversa è la nature per Rousseau: fiori, erbe, prati, ruscelli e boschetti sono suscitatori di meraviglia e spingono l’uomo a indagarne attentamente la natura per meglio amarla. Non più rifugio, fuga dal mondo, ma indagine scientifica mai fine a se stessa, mai arida catalogazione, ricerca fatta unicamente per trovare nella natura de nouvelle raison de l’aimer. Scienza della natura e amore del bello, sapere e godimento estetico divengono un unico tema di studio e di ammirazione. In Goethe, la natura, qui vista attraverso la pianta del Ginkgo Biloba, diviene oggetto estetico che trattiene il mistero delle proprie forme. Natura come metamorfosi, lenta trasformazione di un germe che impercettibilmente assume la forma che svela un segreto. Il segreto dell’intero processo evolutivo è quindi nel graduale raggiungimento della forma definitiva, come la foglia del Ginkgo che assume le simmetrie di tutte le forme viventi. E questa simmetria, questo rispecchiarsi in sé, questo sdoppiarsi di un’unità primigenia racchiude un mistero insondabile. Il Giardino di Goethe è luogo dell’ambivalenza, dell’ossimoro, labirinto di una mente dai mille racconti. Con la Dickinson il Giardino è il luogo del desiderio. La sua giovane abitatrice attira il visitatore amato tra le bellezze dei colori, il molle ronzio degli insetti, la brezza sottile. Un connotato sensuale, se non erotico, sta alla base di quell’invito intenso, dolce e irresistibile che la poetessa porge al lettore: Into my garden come! La sirena della poesia attrae il visitatore nella pura contemplazione estetica e sensuale. È il suo giardino, non quello d’altri, a possedere le migliori delizie, a non conoscere inverni né silenzi. Giardino come geloso custode di riservata e condivisa bellezza. Il Giardino di Pessoa è invece luogo onirico dove la solitaria coscienza del poeta si rispecchia e chiede ciò che egli non ha, domanda ciò che egli non è. L’eterno fiorire contemplato in sogno è quell’eterna primavera che in nessun giardino esiste, che nessun essere vivente può riscontrare dentro e fuori di sé. Eppure questa illusione porta una fede, nutre una contentezza: la certezza che il soffio vitale che emana da ogni cuore esausto, da ogni giardino è una carezza su ogni fiorire di alberi. E questa speranza assoluta nos faz um ben, ci porta una consolazione perfetta. Se la coscienza in Pessoa è in fondo ripiegata su se stessa, in García Lorca essa si fa improvviso slancio, trabocca in grido di esclamazione. Egli sfida i terribles guerreros, forse las estrellas, le irraggiungibili stelle del firmamento che scagliarono dall’alto dei cieli quegli Arboles sulla terra. Il poeta li contempla davanti a sé: il suo Giardino è il luogo dove sente le loro musiche arcane. Una sinfonia di canti d’uccelli, emanazione dello spirito divino che in essi guarda la terra. La stessa sinfonia che accompagna da secoli la vita del Giardino Botanico patavino. Nel giardino di Lorca ci osservano los ojos de Dios. Essi si rivelano attraverso un canto che solo la pasiòn perfccta sa percepire. Queste frecce conficcate nella terra allungano le radici fino a raggiungere il cuore del poeta. Egli desidera essere da loro conosciuto, perché queste estreme propaggini viventi ne assorbano l’essenza più vera e facciano da tramite tra lui e quella musica divina che sola lo può connettere alle stelle. Riuniamo dunque tutti insieme questi aspetti storici, linguistici, musicali, architettonici come un mazzo di fiori dai diversi colori e osserviamo la varietà di forme, di fragranze. Contemplazione, conoscenza, desiderio, mistero, speranza, passione: sei facce di un solo screziato poliedro in continua metamorfosi e rotazione. Questo la poesia e la musica ci invitano a portare con noi nell’attraversare l’antico Orto Botanico di Padova, immagine vivente del Rinascimento italiano: a scoprire in ogni angolo, in ogni sezione, in ogni singola pianta, minuta o maestosa, giovane o antica, autoctona o esotica, una traccia della nostra coscienza che in queste essenze medicamentose si rispecchia e si riconosce. Sentiremo così, in ognuna di queste piante, la musica intelligibile che da esse emana: soffio vitale di cui noi stessi facciamo parte, ancestrale circolarità che ci avvolge e ci trasforma, prezioso farmaco per il nostro sollievo. Nel 1997 l’Orto Botanico di Padova è divenuto Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Mirco De Stefani
Elenco brani:
1. Quel dì e la notte 2. Brillantes fleurs 3. Ginkgo biloba 4. There is another sky 5. Se la' nao torna a eterna primavera 6. Arboles


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