Il Sole 24 Ore: Il genio di Beethoven. Frutto anche di calo d'udito.
Venerdì 23 dicembre 2011 - Mai limitarsi nelle proprie aspirazioni musicali a causa di un deficit all'udito. Al limite, si può per qualche tempo modificare il proprio stile adattandolo meglio a ciò che si può percepire, per ritornare poi alle note che più ci contraddistinguono quando la sordità si aggrava. Potrebbe essere questa la curiosa morale che emerge da uno studio condotto allo Swammerdam Institute for Life Sciences dell'Università di Amsterdam, apparso sul British Medical Journal, che ha preso in esame le variazioni negli stili e nelle scelte nell'ambito di una fulgida carriera di un grandissimo della musica classica, Ludwig van Beethoven. I ricercatori, coordinati da Edoardo Saccenti, hanno voluto valutare l'impatto del calo d'udito prima e della sordità poi sulla produzione sinfonica del grande maestro, a partire dai dati "medici" che egli stesso ha lasciato nelle sue lettere. La prima missiva in cui parla con il suo medico dell'iniziale defaillance uditiva è del 1801: nel 1818, poi l'artista ha iniziato a lasciare appunti sul problema, e molti studiosi ritengono che sia divenuto completamente sordo verso la fine della sua carriera, intorno al 1825. Ebbene, correlando questi periodi con la produzione musicale di Beethoven, secondo i ricercatori olandesi ci si accorge che anche le sinfonie sono mutate in base alle condizioni uditive. Ad esempio, non appena il maestro ha sviluppato un deficit di udito ad alta frequenza ha iniziato a infarcire le proprie sinfonie con note di media e bassa frequenza, per meglio gustarle e viverle quando eseguiva i suoi concerti. Il motivo? Questa scelta musicale migliorava la percezione all'interno del proprio cranio delle melodie, ovvero quella sorta di "circuito che ci permette di percepire i suoni che noi stessi emettiamo. Basti pensare ad esempio ai momenti in cui abbiamo il raffreddore. Con la sensazione di naso chiuso, se canticchiamo una canzone anche il suono della nostra voce ci appare mutato rispetto a quello che percepiamo in condizioni di completo benessere. Ebbene per Beethoven probabilmente è successo qualcosa di simile, con la musica che si faceva via via più ovattata in concomitanza con l'aggravarsi del deficit. Una volta giunto alla completa sordità. Peraltro Beethoven avrebbe invece fatto marcia indietro, componendo sonate che più si avvicinavano a quelle dei suoi primi anni della sua carriera. Per giungere a questa curiosa conclusione, che permette di ripercorrere uno stile musicale a partire da oggettive carenze fisiche, gli studiosi olandesi hanno analizzato molte composizioni (escludendo i quartetti per archi) dell'artista spezzettandole in piccoli gruppi di note.